Quanti fra le centinaia di migliaia di persone che hanno incrociato o votato Roberto Formigoni dal 1984 o, meglio, quanti fra migliaia che con lui hanno avuto rapporti costanti, avendolo conosciuto da vicino, pensano che possa davvero essere stato un corrotto? Non ce ne sono. Vabbé! A cercare per forza difetti, in questa virtuale folla magari alla domanda “eccentrico?” o “egocentrico?”  qualche mano si alzerebbe. Ma corrotto NO!

Come si arriva, allora, a (un mai accaduto prima) “massimo della pena”?

Cos’è successo? Di sicuro c’é stato qualche tuffo da una bella barca non sua. Fotografie ottime per i gossip, forse. Ma non come prove processuali per infliggere quasi sei anni di carcere.

Cosa avete trovato, signori Giudici?

A questa domanda risponde direttamente Il fatto quotidiano, che, per quanto ciò possa apparire incredibile, in un pezzo online usa parole pressoché identiche a quelle dell’avv. Coppi.

Confrontiamole con precisione.

Coppi, a ridosso della sentenza di Cassazione, affermava: “Nessuno è riuscito a dimostrare la riconducibilità di un singolo atto di ufficio a queste utilità. Nessuno sa o è riuscito a dimostrare che cosa è stato chiesto a Formigoni e nessuno sa per quale cosa sono state corrisposte quelle utilità”.

Ebbene, anche Il fatto quotidiano ammette candidamente che “La corruzione (è) ravvisabile tanto faticosamente nei singoli atti d’ufficio”.

Capito?

D’altronde, se un osservatore certamente non formigoniano come Gad Lerner preferisce “tralasciare qualunque commento su come sia stato costruito un processo”  …

Ma di quale corruzione è stato, allora, condannato? Lo possiamo intuire sempre grazie all’onestà intellettuale del giornale di Travaglio, che testualmente così spiega: “La corruzione tanto faticosamente ravvisabile nei singoli atti d’ufficio – (!?!) – la si riconosce piuttosto nella logica di fondo che ha presieduto alla produzione di tutte quelle norme di legge e misure che hanno accompagnato la progressiva estensione al governo della spesa sanitaria lombarda un modello d’impianto neoliberista di privatizzazione dei modelli organizzativi nell’esercizio delle funzioni di assistenza sanitaria, comunque generosamente finanziate dalla mano pubblica ma delegate nella gestione a entità imprenditoriali votate al profitto”.

Sentito?

Il vero imputato è stato – papale papale – “un modello” di governo. Sono state condannate certe “norme di legge” votate a larga maggioranza dal parlamento lombardo, addirittura democraticamente eletto.  E hanno ragione: in Lombardia i diciott’anni di governo formigoniano hanno introdotto un preciso modello, quello della libertà del cittadino di scegliere il servizio sanitario, il servizio scolastico, l’assistenza sociale ritenuti migliori, non più imposti. Sono state votate leggi regionali, ancora perfettamente vigenti, che hanno riconosciuto “pubblici” anche i servizi non organizzati dall’apparato regionale. Libertà di scelta. Concorrenza fra “pubblico” e “privato”. Si chiama “sussidiarietà”. E libera dal potere, per ampliare la sfera del singolo. Rimette – come ha legiferato la Lombardia – parte del gettito fiscale sotto forma di detrazioni o voucher nelle mani del cittadino, della famiglia, che possono finalmente scegliere.

È “politica” con la maiuscola. È “bene comune”.

Ma non piace per nulla a chi non crede nella persona. A chi preferisce uno Stato assoluto, un “pubblico” padrone di tutta la realtà e di tutta la vita, che deve decidere tutto di tutti. Per costoro, lo spazio in cui il “pubblico” è arretrato per credere nel “privato” diviene automaticamente corruzione. E va spazzato via. Con nuove leggi statali, appunto “spazzacorrotti”, cifra antropologica di questo governo a guida culturale pentastellata. E con le sentenze di alcuni giudici che, rinvigoriti dal rigurgito giustizialista del nuovo Legislatore, tornano a quella giustizia politicizzata, da decenni teorizzata e praticata da una parte ideologica della magistratura, che, pronunciando le sentenze “in nome del popolo italiano”, ha la presunzione di poter avversare le scelte del “popolo” stesso, quando, come in Lombardia, ha voluto, eleggendoli, governi liberali e sussidiari.

Così, se volevano bandire i “sussidiari”, in effetti Roberto Formigoni – come è stato autorevolmente riconosciuto in queste ore – ne è stato il migliore.

Si meritava il massimo della pena.

                                                                    Domenico Menorello

 

7 thoughts on “BANDITI (i) SUSSIDIARI”

  1. Bellissimo pezzo.
    Incedibile come i giornali abbiano trattato questa vicenda.
    Ancora quelle foto. Addirittura il Corriere accusa Formigoni di averle postate lui stesso. Nella testa di questo giornalismo che vive di veline delle procure, che a perso qualunque etica dell’inchiesta dell’approfondimento , quelle foto, quel tuffo è il reato.

  2. E i magistrati se ne risentono se Salvini visita in galera una Vittima onesta! Gli Italiani silenziosi sono con Lui ed il Loro silenzio fa molto rumore e, direi, esprime disprezzo.

  3. Tutto condiviso. Mi stupisce come una sentenza così forte ,non sia argomento dei talk che occupano gran parte del palinsesto di molte emittenti tv. Viene da chiedersi il perché…

  4. Per Roberto Formigoni gratitudine eterna. Ho avuto in casa per 12 anni un marito disabile al 100×100 senza la sanità eccellente della Lombardia non ce l’avrei fatta. Grazie e con il cuore provato da tanta ingiustizia prego perché la giustizia Divina ci sostenga e non ci faccia demordere dal continuare!! Leggiamo e rileggiamo San Paolo

  5. Facciamo sentire la nostra voce , che è povera voce di un vissuto comune diametralmente opposto alle accuse che lo hanno infangato Difendiamolo , difendendoci

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