C’è un tam tam in questi giorni del tipo: “Amico, se hai tempo, ascolta la diretta delle audizioni della Commissione Giustizia del Senato sul ddl Zan ..”. Uno spettacolo! Docenti, scrittori, attori del no profit, docenti, giornalisti, giuristi, intellettuali che entrano nel merito. Che pacatamente, ma puntualmente pongono domande, illustrano ragioni, dubbi, remore, critiche.

Chi contro. Chi a favore. Chi in parte “SI” e in parte “NO”.

C’è un gusto raro a seguire un tema di grande attualità non secondo gli schemi da tifoserie precostituite, non secondo gli stereotipi graditi alle lobby oggi imperanti. Ma lasciandosi introdurre alle ragioni degli uni e degli altri, per poterle paragonare con i propri criteri, per poterle giudicare secondo una corrispondenza di intelligenza e cuore.

Sono via via pubblicate. Leggetele. Ecco il link https://www.senato.it/3647.

E allora? Allora “basta!”.

Qualche giorno fa, in qualche segreta stanza di una maggioranza asincrona con quella che regge Palazzo Chigi, la sinistra avrebbe improvvisamente deciso di saltare tutte le procedure democratiche e di imporre in Consiglio di Presidenza del Senato di andare in aula subito, senza discussione. Quella legge va imposta. Non vagliata e discussa.

Come mai questa improvvisa “esigenza”? Dove sarebbe l’”urgenza”? Cosa impedirebbe di seguire l’iter parlamentare stabilito a garanzia di un percorso democratico di formazione della legge?

Le coincidenze non esistono. E non è un caso che ciò capiti quando questo strano fenomeno delle audizioni sta crescendo nel suo significato e nel suo gradimento. C’é infatti qualcuno che non riesce proprio a concepire l’esercizio del potere politico come ascolto, come dialogo, come sintesi di un bene comune in cui palpiti lo sforzo di uno sguardo che tenga insieme le ragioni di tanti, per il bene di tutti.

E così è difficile cancellare l’impressione che sia proprio quello spettacolo di ragioni e dunque di dialogo in corso in Commissione Giustizia ad essere la miccia della contro-offensiva reazionaria di chi non vuole ascoltare, di chi pensa che il punto di vista delle migliori intelligenze e dei più vivaci corpi intermedi del Paese non serva. Così plasticamente dimostrando che vi sono ordini esterni, lobby onnipotenti, cui ormai le istituzioni democratiche si piegano sempre più supinamente.

Se davvero al Senato le rappresentanze parlamentari che si piccano di essere democratiche soffocheranno l’ampio e ricco dibattitto in corso nella Commissione Giustizia del Senato, per imporre un calendario parlamentare con la mera prepotenza partitica, allora forniranno una inconfutabile prova di voler, davvero, portare il Paese nel baratro di un pensiero unico, imposto autoritativamente dal potere, che si trasformerà, così, nell’opposto del loro aggettivo “democratico”.

Domenico Menorello

coordinatore Osservatorio parlamentare “Vera lex?

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